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Ho sempre voluto fare l’astronauta
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Sapevo di potercela fare
 C’è mai stato un momento in cui hai pensato di non farcela?
«Mai. Mi sono sempre concentrata sul presente, mettendocela tutta per raggiungere l’obbiettivo del momento. Il mio non è stato – e non è – un percorso di sacrifici, perché ho seguito le mie passioni. Avrei sofferto di più per noia e mancanza di stimoli».
 Ci sarà voluta anche un’ottima preparazione fisica, insisto io.
«Non eccessiva. Occorre un buono stato di salute. Ma conta di più la formazione culturale, la conoscenza delle lingue, la flessibilità agli spostamenti». E un gran fegato – questo lo aggiungo io – per affrontare «una competizione selvaggia».
In cosa consiste la tua attività?
«Mi sto preparando a una missione sulla Stazione spaziale internazionale, situata a 400 km di altezza dalla Terra, in orbita bassa. Un laboratorio, nato dal contributo di varie agenzie mondiali, per la ricerca in condizioni di micro-gravità, che consente esperimenti biologici, chimici, fisici e fisiologici. Un campo aperto, per osservare l’adattamento del corpo umano all’assenza di gravità e che magari in futuro permetterà di individuare e isolare con certezza le cause dell’ invecchiamento precoce degli astronauti durante la permanenza nello spazio, fornendo un contributo alla medicina». «Per partire è necessario unire lo studio a un addestramento di due anni e mezzo (io finora ho svolto sei mesi), oltre quello di base a Colonia. Per lo più ci si addestra nel centro di Star City in Russia e nella sede della Nasa di Houston. Quando sarò chiamata per la missione, dovrò accelerare l’allenamento per completare i 30 mesi».
Le prove più dure?
«Gli esercizi di sei ore consecutive nella piscina di Houston, che riproduce condizioni motorie a gravità zero. Per le donne può essere più faticoso ma al momento non esistono studi sulle differenze di adattamento allo spazio tra il corpo maschile e femminile. Il campione di donne astronauta è troppo ridotto per essere analizzato».
 Fino a quale età si può reggere questo ritmo?
«Paolo Nespoli ha 54 anni ed è l’esempio che non esistono limiti temporali. Diciamo che all’Esa lo staff va in pensione a 62 anni».
E tu quando vorresti ritirarti?
«Ma se ho appena cominciato», mi risponde indispettita.
 Cosa ti manca di più?
«La continuità nel coltivare gli interessi, come lo yoga o il ballo. Ci si muove in continuazione da un luogo a un altro del mondo».
 Discorso che vale anche per le amicizie?
«Non proprio, Internet mi aiuta a tenere i contatti. È anche importante condividere la propria attività: io sono @astrosamantha su Twitter», e mi prega di scriverlo.
Ti basta il web per mantenere le relazioni sociali?
«È un grande sostegno».
 Qualche mese fa Samantha ha ricevuto uno dei premi “Le tecnovisionarie”, con menzione «spazio alla salute», attribuito, nell’ambito della Conferenza internazionale Women&Technologies, alle figure femminili che supportano, con la propria professione, il progresso tecnologico.
«L’ho dedicato a tutte le donne che lavorano nel mio campo e che, in quanto non astronaute, sono meno visibili di me. Nel contesto aerospaziale, prestano servizio validissime ricercatrici, ingegneri e tecnici, di cui si sa poco o nulla».
 È difficile per una donna del tuo settore dedicarsi alla famiglia?
«È molto complicato, ma non impossibile. Alcune ci riescono».
E Samantha ha una sua famiglia, o vorrebbe formarne una?
«Si era detto di non fare domande personali».
Ha ragione i patti erano chiari. Ma io ci ho provato lo stesso.

 



(Venerdì 03 Febbraio 2012 11:50)
 
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