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Ho sempre voluto fare l’astronauta
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Ho sempre voluto fare l’austronauta

Niente domande personali», premette Samantha Cristoforetti quando le propongo l’intervista per Espansione. Sarà dura non fargliene, penso io: lei è la prima donna italiana astronauta, la terza in Europa e al momento l’unica nel corpo astronauti dell’Agenzia spaziale europea (Esa) e vorrei chiederle di tutto.
Poi mi dice: «Il lavoro che svolgo è tutta la mia vita», e allora capisco che non devono esserci forti differenze tra sfera pubblica e privata di una persona che a 34 anni ha già realizzato il suo sogno più grande. Fare l’astronauta.
«Sin da bambina, come la gran parte dei miei colleghi, volevo fare l’astronauta», dice Cristoforetti, nata a Milano il 26 aprile del 1977 e cresciuta a Malè, in provincia di Trento. «Non è una professione alla quale si arriva per caso. Serve un percorso che parte da passioni e attitudini maturate durante l’infanzia».
Le tue quali sono state?
«Da piccola ero un’amante di Star Trek e leggevo libri di fantascienza e avventura, dai classici ai contemporanei, e avevo il desiderio di volare. Poi ho praticato sport, dalle escursioni a piedi alle immersioni, dall’esplorazione di grotte al nuoto, corsa, sollevamento pesi, yoga e ballo. Molti prima di divenire astronauti hanno svolto esperienze estreme, come la permanenza in Antartide, o su piattaforme petrolifere».
Poi, quando si cresce, arriva la parte più impegnativa: gli studi.
«Per accedere a questa carriera, che comporta una selezione, si possono scegliere due strade», spiega. «Una formazione tecnico-scientifica, oppure l’aviazione militare. Io ho optato per entrambe. Prima sono diventata ingegnere, poi pilota».
 È stata la prima donna insignita della “Sciabola d’onore”, il riconoscimento conferito agli allievi primi in graduatoria durante gli anni del corso.
«Mi sono laureata in ingegneria all’Università Tecnica di Monaco di Baviera. Sentivo il bisogno di studiare all’estero, apprendere le lingue e confrontarmi con altre culture. Durante il periodo universitario ho frequentato vari saloni aeronautici. Lì è nata la passione per il volo».
 Così, dopo la laurea, Samantha si iscrive all’Accademia aeronautica di Pozzuoli, diplomandosi nel 2005.
«Per quattro anni consecutivi sono stata capo corso», puntualizza, con orgoglio.
Di qui un filotto di successi: trascorre un anno presso la Sheppard Air Force base in Texas e diventa pilota da guerra, dopo aver completato l’addestramento della Euro-Nato Joint Jet Pilot. Entra a far parte del 51° Stormo, con base a Istrana (Tv) e ottiene il grado di tenente dell’aeronautica italiana. Il suo sogno si realizza nel maggio 2009, quando è selezionata – insieme al pilota Luca Parmitano, di Paternò (Ct) – tra più di 8.500 candidati, di 17 Paesi europei, per entrare a far parte della schiera dei sei nuovi astronauti da assegnare all’Esa (il cui corpo astronauti conta oggi 16 membri). Il suo stesso destino all’Agenzia spaziale europea era toccato, finora, soltanto a un’altra donna: la francese Claudie Andre-Deshays (ritiratasi nel 2002, quando è stata nominata ministro per la Ricerca e le nuove tecnologie nel secondo governo di Jean-Pierre Raffarin), mentre la belga Marianne Merchez, che era stata scelta all’inizio degli anni ’90, non ha mai volato per restare accanto al marito, l’astronauta italiano Maurizio Cheli.

 


Sapevo di potercela fare
 C’è mai stato un momento in cui hai pensato di non farcela?
«Mai. Mi sono sempre concentrata sul presente, mettendocela tutta per raggiungere l’obbiettivo del momento. Il mio non è stato – e non è – un percorso di sacrifici, perché ho seguito le mie passioni. Avrei sofferto di più per noia e mancanza di stimoli».
 Ci sarà voluta anche un’ottima preparazione fisica, insisto io.
«Non eccessiva. Occorre un buono stato di salute. Ma conta di più la formazione culturale, la conoscenza delle lingue, la flessibilità agli spostamenti». E un gran fegato – questo lo aggiungo io – per affrontare «una competizione selvaggia».
In cosa consiste la tua attività?
«Mi sto preparando a una missione sulla Stazione spaziale internazionale, situata a 400 km di altezza dalla Terra, in orbita bassa. Un laboratorio, nato dal contributo di varie agenzie mondiali, per la ricerca in condizioni di micro-gravità, che consente esperimenti biologici, chimici, fisici e fisiologici. Un campo aperto, per osservare l’adattamento del corpo umano all’assenza di gravità e che magari in futuro permetterà di individuare e isolare con certezza le cause dell’ invecchiamento precoce degli astronauti durante la permanenza nello spazio, fornendo un contributo alla medicina». «Per partire è necessario unire lo studio a un addestramento di due anni e mezzo (io finora ho svolto sei mesi), oltre quello di base a Colonia. Per lo più ci si addestra nel centro di Star City in Russia e nella sede della Nasa di Houston. Quando sarò chiamata per la missione, dovrò accelerare l’allenamento per completare i 30 mesi».
Le prove più dure?
«Gli esercizi di sei ore consecutive nella piscina di Houston, che riproduce condizioni motorie a gravità zero. Per le donne può essere più faticoso ma al momento non esistono studi sulle differenze di adattamento allo spazio tra il corpo maschile e femminile. Il campione di donne astronauta è troppo ridotto per essere analizzato».
 Fino a quale età si può reggere questo ritmo?
«Paolo Nespoli ha 54 anni ed è l’esempio che non esistono limiti temporali. Diciamo che all’Esa lo staff va in pensione a 62 anni».
E tu quando vorresti ritirarti?
«Ma se ho appena cominciato», mi risponde indispettita.
 Cosa ti manca di più?
«La continuità nel coltivare gli interessi, come lo yoga o il ballo. Ci si muove in continuazione da un luogo a un altro del mondo».
 Discorso che vale anche per le amicizie?
«Non proprio, Internet mi aiuta a tenere i contatti. È anche importante condividere la propria attività: io sono @astrosamantha su Twitter», e mi prega di scriverlo.
Ti basta il web per mantenere le relazioni sociali?
«È un grande sostegno».
 Qualche mese fa Samantha ha ricevuto uno dei premi “Le tecnovisionarie”, con menzione «spazio alla salute», attribuito, nell’ambito della Conferenza internazionale Women&Technologies, alle figure femminili che supportano, con la propria professione, il progresso tecnologico.
«L’ho dedicato a tutte le donne che lavorano nel mio campo e che, in quanto non astronaute, sono meno visibili di me. Nel contesto aerospaziale, prestano servizio validissime ricercatrici, ingegneri e tecnici, di cui si sa poco o nulla».
 È difficile per una donna del tuo settore dedicarsi alla famiglia?
«È molto complicato, ma non impossibile. Alcune ci riescono».
E Samantha ha una sua famiglia, o vorrebbe formarne una?
«Si era detto di non fare domande personali».
Ha ragione i patti erano chiari. Ma io ci ho provato lo stesso.

 


Tecnovisionaria del 2001

Samantha Cristoforetti è stata una delle cinque vincitrici del premio internazionale Le Tecnovisionarie 2011 attribuito, nell’ambito della conferenza Women&Technologies 2008-2015, a donne che attraverso il proprio lavoro hanno saputo guardare al futuro e contribuire all’innovazione tecnologica.
Riconoscimento che le è spettato non soltanto per essere la prima donna astronauta italiana, ma anche per il suo studio costante di materie che riguardano la fisiologia del volo e l’adattamento dell’organismo umano.
Secondo l’ideatrice di Women&Technologies, l’imprenditrice e ricercatrice Gianna Martinengo, «la convinzione comune che le donne non siano portate per le tecnologie è del tutto errata».
«Il rapporto della Commissione europea “Women and Ict, del 2009», dice Martinengo, che nel 1983 ha fondato Didael (oggi Didael Kts), una delle prime web knowledge company italiane, «sostiene che, fino all’età di 14 anni, ragazzi e ragazze hanno le stesse attitudini tecnico-scientifiche. È nel passaggio dall’adolescenza alla fase adulta che intervengono fattori ambientali e famigliari, responsabili della non corretta “inclusione digitale” della popolazione femminile».
E la colpa non è tanto della scuola, quanto della famiglia.
«È assodato», afferma Martinengo, «che a parità di ruoli, in aziende sia pubbliche che private, le donne italiane percepiscono una retribuzione più bassa, rispetto ai colleghi uomini e impiegano più tempo per i passaggi di carriera. Women&Technologies è un’iniziativa che guarda sia alle donne che ai giovani, in quanto ha come obbiettivo la riflessione sulle professioni del futuro».
La prossima edizione della conferenza sarà dedicata al tema del legame tra scienza, tecnologia e alimentazione, in linea con l’Expo 2015 di Milano.


Fonte: http://www.espansioneonline.it/2012/01/ho-sempre-voluto-fare-laustronauta/

(Venerdì 03 Febbraio 2012 11:50)
 
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